Il tempo per scegliere di nuovo
“Tra aspettative esterne e consapevolezza personale, ritrovare il senso del proprio percorso.”
Lo studio e le aspettative degli altri
Nella mia famiglia lo studio è sempre stato visto come un trampolino verso una vita più serena, tranquilla e stabile. Era considerato un’esigenza primaria: studiare era importante per costruirsi un futuro, per diventare qualcuno. In casa si leggeva, anche se non moltissimo, ma il valore attribuito allo studio era molto forte.
Questa importanza, però, si accompagnava anche a delle aspettative sulle scelte da fare. Secondo me i percorsi cominciano a essere indirizzati già prima dell’università. Se sei brava in una materia, sembra che la scuola da scegliere sia già decisa. I genitori ti orientano verso quello che ritengono più adatto a te, e tu li ascolti anche perché, da adolescente, non hai ancora piena consapevolezza di quello che vorresti fare in futuro.
La mia scelta delle superiori è stata un po’ mia e un po’ influenzata da questo contesto. Mi piaceva l’italiano, ero brava e mi interessavano anche le altre materie umanistiche. Allo stesso tempo, la scuola che ho frequentato era vista come una scuola di prestigio, con un ambiente e degli insegnanti considerati adeguati.
Non ho cambiato scuola e l’ho frequentata vicino a casa. Eppure arrivavo spesso in ritardo: questo lo ricordo anche con un po’ di ironia. Tornando indietro, probabilmente non rifarei esattamente quella scelta, anche se allora c’erano motivi per cui mi sembrava quella giusta.
Trovare una strada attraverso i tentativi
Il passaggio all’università non è stato lineare. Durante le superiori avevamo partecipato ad alcune attività di orientamento, ma non presso l’ateneo nel quale poi ho proseguito il mio percorso.
All’inizio avevo in mente una strada diversa. Ho provato più volte ad accedervi, ma non era semplice: l’offerta non era sempre disponibile e i posti erano pochi rispetto alle persone che cercavano di entrare.
Nel frattempo ho scelto un’alternativa. Non ero convinta fin dall’inizio e, andando avanti, non mi è piaciuta. Tra una cosa e l’altra ho interrotto quella carriera e sono tornata a casa. Ho però continuato a tentare, senza rinunciare del tutto all’idea di trovare il percorso che volevo.
Ci sono stati anche altri passaggi universitari, e una parte degli esami già sostenuti mi è stata riconosciuta quando sono entrata nel corso che frequento adesso.
In questa strada mi sono ritrovata quasi per caso. Non l’avevo mai considerata davvero come un’opzione. Mio nonno, invece, era l’unico che credeva che potessi seguire le sue orme.
Quando sono entrata mi sono detta: provo, e poi vedo se fa per me. Non sapevo ancora come avrei reagito alle esperienze concrete che mi aspettavano. Alla fine sono rimasta. Oggi mi mancano due esami e sono contenta della scelta.
Una scelta mia, non il sogno di qualcun altro
In famiglia questa scelta è stata accolta bene soltanto in un secondo momento. All’inizio avevo la sensazione che non mi ritenessero all’altezza. Pensavano che mi sarei ritirata.
Questa mancanza di fiducia non riguardava soltanto una persona, ma la sentivo anche nella famiglia allargata. C’era molta pressione, soprattutto da parte di mio padre, che avrebbe voluto per me un altro percorso.
Io quel percorso non l’ho mai desiderato. Era un sogno suo, non mio. Mi sembrava che dovessi essere io a realizzarlo, anche se a me non interessava.
Andando avanti ho dimostrato che potevo portare avanti la strada che avevo scelto. Ma all’inizio non è stato facile sentire, da una parte, quanto fosse importante studiare e, dall’altra, così poca fiducia nella mia scelta.
Una seconda vita lontano da casa
Durante una parte dell’università ho vissuto lontano da casa, in una residenza condivisa con altre ragazze. Molte erano anche mie colleghe. Era un ambiente ben gestito e di quel periodo conservo un ricordo positivo.
Per me era una seconda vita. Mi è piaciuta finché è durata. Raggiungevo l’università con i mezzi e il tragitto era abbastanza breve: dopo una giornata di studio, almeno quello non richiedeva troppo tempo.
Le giornate, però, erano molto intense. Le lezioni potevano iniziare alle nove del mattino e finire alle sei del pomeriggio, con soltanto mezz’ora di pausa pranzo.
Quando tornavo, volevo soprattutto riposare. Non avevo molto spazio per mettere in ordine quello che avevo fatto durante il giorno, né per dedicarmi alle mie passioni.
Mi piace leggere, ma durante quel periodo riuscire a farlo per piacere era molto difficile. Se rimanevo nel fine settimana qualche possibilità di uscire c’era. Anche quando le lezioni rallentavano potevo trovare un po’ di tempo la sera, ma restavano gli esami da preparare. Gli svaghi erano limitati.
L’entusiasmo e la distanza
L’inizio del percorso che ho scelto è stato entusiasmante. Finalmente avevo trovato una strada che sentivo mia. Ci ero arrivata più tardi rispetto a molti miei colleghi, dopo altri tentativi, e per questo quel momento aveva un significato particolare.
Poi è arrivata la pandemia e abbiamo vissuto una parte dell’università a distanza. Siamo tornate a casa e quell’entusiasmo è crollato molto rapidamente.
È tornato quando abbiamo cominciato il tirocinio. Insieme all’interesse, però, c’era anche la paura: eravamo esposti al rischio di contagio e affrontare quelle attività significava rinunciare a una parte della tranquillità della nostra vita personale.
Di quel periodo ricordo anche la familiarità tra noi. In una situazione difficile avevamo bisogno di sostenerci: essere sostenuti e, nello stesso tempo, sostenere gli altri.
Quello che avrei voluto dalla formazione
Il corso mi piace, ma questo non significa che abbia trovato utile ogni parte del programma.
Alcune materie mi sembravano poco collegate a quello che avrei dovuto fare concretamente. Capivo l’importanza di acquisire conoscenze da applicare nelle attività pratiche, ma facevo più fatica a comprendere il senso di alcuni argomenti teorici, studiati in modo molto approfondito senza che per me fosse chiaro il collegamento.
Anche in altre materie avevo questa sensazione. Ritenevo giusto conoscere le basi, ma a volte mi sembrava che ci venissero richiesti approfondimenti più vicini a un altro percorso o a una specializzazione successiva.
Quello che contestavo non era il fatto di dover studiare. Era la proporzione tra quello che veniva richiesto, la struttura degli esami e la formazione che avevo scelto.
Quando un unico esame comprende molte materie, il carico diventa importante. Per me era frustrante dover affrontare contenuti così ampi senza riconoscere sempre il loro rapporto con il percorso.
Programmare senza sapere cosa cambierà
Sul piano organizzativo la mia esperienza è stata molto negativa. Ho avuto spesso la sensazione che mancassero indicazioni chiare, soprattutto per gli esami.
Mi è capitato di sapere soltanto la mattina dell’appello se la prova sarebbe stata scritta oppure orale. Anche le possibilità di sostenere alcuni appelli potevano cambiare, e questo rendeva difficile fare programmi.
Per esempio, in un periodo veniva consentito l’accesso a un appello straordinario a chi aveva ancora tre esami da sostenere. In un altro momento il limite diventava di due esami. Tu intanto ti eri organizzata sulla base delle indicazioni precedenti.
Per me questo significava vedere scombinati i programmi che avevo fatto. Non riuscivo a percepire una continuità nell’organizzazione, neppure rispetto al tutorato e al rapporto con i docenti.
A volte avevo l’impressione che le cose, invece di aiutare gli studenti, finissero per ostacolarli. In questo contesto, i rappresentanti erano le figure che vedevo cercare di cambiare qualcosa.
Gli esami e la voglia di fermarmi
Gli esami li ho vissuti malissimo. Lo ripeto perché è davvero così che li ricordo.
In alcune situazioni sentivo poca comprensione da parte dei docenti, come se non ricordassero cosa significa essere studenti. Non era soltanto paura di non superare una prova: pesava anche il modo in cui mi sentivo trattata.
Ho pensato tante volte di fermarmi. Durante il periodo degli esami, dopo una bocciatura, avrei voluto ricevere una spiegazione: capire dove avevo sbagliato, cosa non avevo compreso, su cosa avrei dovuto lavorare.
Invece, in alcune occasioni, mi sono sentita umiliata davanti agli altri. Per me mancava proprio quella restituzione che avrebbe potuto aiutarmi a riprovare.
Ci sono momenti in cui queste esperienze ti fanno venire voglia di mandare tutto all’aria. A me è successo.
Gli episodi che mi sono rimasti
Ricordo un esame composto da più materie. Avevo superato le altre parti e sono stata bocciata nell’ultima.
L’ho vissuta con la sensazione che il docente fosse già partito con l’idea di bocciarmi. Questa è stata la mia percezione di quell’episodio, ed è rimasta uno dei ricordi negativi del percorso.
Ricordo anche una contestazione sui materiali ricavati dalle lezioni. Noi studenti avevamo sollevato un problema rispetto alle sbobinature, ma il docente sosteneva che avessimo capito male. Per noi, invece, quel materiale riportava le sue parole.
È stato un momento di scontro che mi è rimasto impresso. Anche per questo, quando penso al mio percorso, distinguo la scelta di ciò che studio dall’esperienza vissuta nell’ateneo.
Tornando indietro rifarei la scelta formativa. Non so, però, se la rifarei nello stesso posto.
Gli studi dentro gli altri tempi della vita
Quando penso all’origine del mio fuori corso, riconosco anche il peso delle mie decisioni.
Sono entrata nel percorso più tardi rispetto ai colleghi e, a un certo punto, ho scelto di affrontare anche altri passaggi importanti della mia vita personale.
Credevo di poter gestire tutto insieme: preparare gli ultimi esami e occuparmi di nuovi impegni familiari e della casa.
Poi la situazione mi è sfuggita di mano. Quegli impegni hanno richiesto molto più tempo di quello che avevo previsto. Una parte importante dell’organizzazione è ricaduta su di me e non sono riuscita a portare avanti tutto contemporaneamente.
Ero partita con l’idea di riuscirci. Alla fine, invece, non ce l’ho fatta. In quel momento tenere insieme tutto è stato impossibile.
Riprendere quando lo decido io
Oggi penso che rifarei le cose così. Non perché sia stato un percorso facile, ma perché ora ho una consapevolezza diversa.
Il fatto di aver impiegato più tempo lo leggo anche come un aiuto. Comprendo quello che studio con un’altra maturità e da un altro punto di vista.
Dopo un periodo di fermo, rimettersi in carreggiata è una decisione che prendi tu. Riprendi nel momento in cui lo decidi, e per me questo cambia il modo di affrontare il percorso.
Non sento più nello stesso modo la pressione di finire gli esami, di laurearmi, di stare nella gara con i colleghi. Non vivo tutto soltanto attraverso il confronto con chi conclude prima o con chi prende il voto più alto.
Ora che ho ripreso, non mi pento del tempo passato.
C’è però una difficoltà che riconosco: non ho più la concentrazione di prima. Prima riuscivo a studiare anche nove o dieci ore al giorno; adesso studio molto meno.
Questo mi pesa, ma non cambia il significato che attribuisco a quel tempo. Per altri può essere un fallimento. Per me non lo è.
Il tirocinio e il valore di essere riconosciuta
Tra i ricordi positivi, il tirocinio occupa un posto importante.
Durante la pandemia ho svolto questa esperienza in una sede diversa da quella che avevo inizialmente richiesto, più vicina a casa. Era un contesto meno abituato ad accogliere tanti tirocinanti, e per me questo ha fatto una grande differenza.
Ho trovato persone che mi seguivano e che tenevano a me e al mio apprendimento. Non mi sentivo soltanto uno dei tanti studenti da inserire nelle attività.
Mi trattavano come una persona e mi facevano sentire parte di quello che si faceva. In quel momento sentivo che avevano bisogno anche della mia presenza e del mio contributo.
Gli orari erano molto impegnativi. Il tirocinio occupava anche periodi estivi e comprendeva turni notturni. Ma, quando mi sentivo sostenuta e vedevo che stavo imparando, quella fatica aveva un altro peso.
Tornavo a casa soddisfatta. Avevo voglia di tornare il giorno dopo.
Per me è stata una delle esperienze più belle del percorso: apprendere accanto a persone che ti seguono, sentire che ci tengono e che non sei semplicemente un numero.
Non sentirmi una presenza di troppo
Il confronto con quello che mi raccontavano i colleghi era forte. Nelle sedi con moltissimi tirocinanti, loro descrivevano un’esperienza diversa: sentirsi una presenza di troppo, uno studente che deve soltanto completare le ore previste.
Io, nel contesto in cui mi trovavo, non ho vissuto questo. Mi sono sentita coinvolta e riconosciuta.
Anche nell’università, più in generale, ho percepito una differenza di attenzione tra i percorsi. Mi sembrava che alcuni ricevessero molta più priorità rispetto ad altri.
Non so dire se fossero davvero organizzati meglio. Su questo non posso esprimermi con certezza. Quello che posso dire è che, dal mio punto di vista, l’attenzione non sembrava distribuita nello stesso modo.
Come immagino il futuro
Quando penso a come mi vedo dopo la laurea, mi immagino a proseguire nella strada che ho scelto.
Vorrei ritrovare le soddisfazioni che ho provato durante il tirocinio, soprattutto nella relazione con le persone di cui mi occupavo.
Mi è rimasto il ricordo di chi chiedeva di me, perché mi percepiva attenta e delicata. È una parte dell’esperienza che mi ha dato molto.
La voglia di prendermi cura degli altri c’è sempre stata. Nel futuro mi vedo così: a ritrovare quella relazione e quelle soddisfazioni.
Le difficoltà dell’università non hanno cancellato questo desiderio. Sono vicina alla fine e continuo a sentire che questa è la strada che voglio portare avanti.
Nota del ricercatore
La testimonianza restituisce un percorso non lineare, nel quale la scelta universitaria si costruisce attraverso tentativi, interruzioni e una progressiva identificazione con la formazione intrapresa. Le aspettative familiari occupano una posizione ambivalente: allo studio viene attribuito un forte valore, ma questo non coincide sempre con la fiducia nella scelta della partecipante. La centralità della formazione convive quindi con pressioni e aspettative che lei distingue dai propri desideri.
Nel racconto, la dimensione organizzativa e quella relazionale della valutazione sono strettamente intrecciate. I cambiamenti nelle indicazioni sugli appelli rendono difficile programmare; alcune esperienze d’esame sono vissute come prive di una spiegazione utile a comprendere l’errore. Questi passaggi descrivono la percezione della partecipante e non consentono di formulare giudizi sulle singole figure o strutture, né di ricostruire autonomamente le intenzioni dei docenti.
Il tirocinio introduce un’esperienza di segno diverso. Essere seguita, coinvolta e riconosciuta modifica il significato attribuito anche a un impegno molto intenso. Il contrasto con i racconti dei colleghi mette in evidenza quanto, per la partecipante, la qualità della relazione contribuisca al senso di appartenenza e alla fiducia nella strada scelta. Questo confronto rimane situato nella sua esperienza e non costituisce una valutazione generale delle sedi.
Il prolungamento degli studi viene inoltre collegato a decisioni e cambiamenti personali che hanno richiesto più tempo del previsto. Nella rilettura attuale, riprendere gli studi assume il significato di una scelta consapevole, meno condizionata dalla competizione. Il riconoscimento di questa crescita convive con difficoltà concrete, come la minore concentrazione percepita. Il racconto non presenta quindi il ritardo come positivo in sé, ma mostra come la partecipante gli attribuisca un significato che non si esaurisce nell’idea di fallimento.
Testimonianza rielaborata in prima persona da un’intervista. Sono stati omessi o generalizzati i riferimenti al lavoro, al corso specifico e i dettagli identificativi, secondo le scelte editoriali concordate. Sono state eliminate le ripetizioni e le interruzioni estranee al racconto. Il testo non è una trascrizione letterale integrale; la nota del ricercatore è distinta dalla voce della partecipante.
[ PROTOCOLLO ETNOGRAFICO // RECORDING_NOTE ]
Racconto rielaborato da un'intervista. I dettagli identificativi sono stati omessi.