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INTERVISTA: INT_1
SYNC_DATE: 06/10/2026 DELTA_T: 5 MIN

Studiare nel tempo che resta

“Tra lavoro, autonomia e appartenenza universitaria: un percorso di studi che non segue un calendario lineare.”

Come ho scelto il percorso

Sono arrivata nella città in cui vivo principalmente per l’università. Nella mia famiglia i miei genitori non avevano seguito un percorso universitario: entrambi avevano concluso la scuola media.

Prima dell’università avevo frequentato un liceo scientifico. Per raggiungere la scuola prendevo il pullman, ma il tragitto era breve e non influiva particolarmente sullo studio.

La scelta universitaria, invece, non è stata esattamente quella che avevo immaginato all’inizio. Mi interessava un altro percorso e avevo anche una seconda possibilità in mente. Nessuno dei due, però, era disponibile nell’ateneo quando mi sono immatricolata.

Volevo studiare lì e ho cercato una strada che si avvicinasse ai miei interessi. Il corso che ho scelto è stato inizialmente un ripiego, ma non una scelta fatta senza pensarci.

Ho guardato il piano di studi. Le materie mi interessavano, soprattutto perché mi piaceva l’ambito umanistico. Non è stata una decisione presa seguendo il consiglio di qualcuno che aveva già frequentato quel corso: sono partita dai contenuti che avrei studiato.

Gli interessi e il tempo per coltivarli

Mi piace il cinema e seguo l’attualità, anche se non mi dedico abitualmente alla lettura di riviste o ad approfondimenti politici.

Con i libri il rapporto è cambiato nel tempo. Da più piccola leggevo più romanzi. Adesso, se avessi avuto più tempo, probabilmente avrei letto di più.

Non voglio dire di aver coltivato sempre questa abitudine quando non è stato così. Il tempo a disposizione ha contato molto.

Diverso è stato il rapporto con i testi utilizzati per la tesi. Quelli erano legati a ciò che stavo costruendo e li ho letti con interesse.

Siamo partiti da una base teorica e dai pensieri degli autori di riferimento per individuare gli aspetti su cui sviluppare il lavoro. Le letture mi hanno aiutata a trovare elementi e indicatori più precisi, e da lì ad approfondire lo svolgimento della tesi.

Un ambiente familiare, ma separato

Del primo anno conservo un ricordo fatto di aspetti diversi.

C’era la novità dell’università, delle aule, dei colleghi. La struttura era stata aperta da poco e gli ambienti erano tenuti bene, ma le aule erano molto piccole.

Questa dimensione rendeva quasi inevitabile il confronto con gli altri. Era un ambiente familiare: ci si incontrava, ci si conosceva e si condividevano le lezioni.

Allo stesso tempo, però, avevo la sensazione che tutto si fermasse lì.

La nostra sede era separata dal resto dell’università. Negli altri spazi universitari vedevi la possibilità di uscire dall’aula, andare al bar con qualcuno, fermarti all’esterno, frequentare la biblioteca. Da noi l’esperienza si riduceva molto di più al tempo della lezione.

Si formavano i gruppetti e poi ognuno andava per conto proprio. Mancava uno spazio più ampio in cui continuare a vivere l’università.

Per questo il primo anno, dal mio punto di vista, è stato poco inclusivo. Non significa che sia stato soltanto negativo: è stato anche un anno bello, produttivo, in cui ho conosciuto persone e mi sono inserita in un ambiente nuovo.

Ma quella familiarità non cancellava il senso di essere separati dal resto.

Le persone che mi hanno fatto appassionare

Ricordo professori molto preparati. Attraverso le lezioni ci hanno fatto conoscere il loro mondo, gli studi e le ricerche che portavano avanti.

Questa parte mi è piaciuta. Il percorso, che inizialmente avevo scelto come alternativa, ha cominciato ad appassionarmi anche grazie a quello che incontravo nelle lezioni.

Per me è importante tenere insieme le due cose: le difficoltà dell’organizzazione e il valore di ciò che abbiamo studiato.

Non penso che le criticità cancellino la preparazione dei docenti o l’interesse delle materie. Ho imparato e ho trovato contenuti capaci di coinvolgermi.

Allo stesso tempo, continuo a pensare che, se la sede fosse stata integrata fin dall’inizio nel resto dell’ateneo, l’esperienza sarebbe stata diversa.

I servizi che mancavano

Mi sentivo emarginata anche rispetto ai servizi.

Per la segreteria, le informazioni che ricevevamo erano limitate. Non ricordo con precisione se alcuni documenti dovessero essere consegnati nella nostra sede oppure nell’altra, ma ricordo la sensazione di un’organizzazione dispersiva.

Anche la mensa era un problema. C’era una pizzeria convenzionata, ma non avevamo la stessa possibilità di scegliere e frequentare una mensa universitaria.

Tutto mi sembrava molto limitato.

Mi è capitato più volte di parlare del mio corso e di trovare persone che non sapevano nemmeno dove fosse la sede. Anche questo, per me, esprimeva quanto fossimo poco presenti nel contesto universitario.

Non era soltanto una questione di distanza. Era la sensazione che la nostra esperienza si svolgesse ai margini, mentre una parte importante della vita dell’ateneo accadeva altrove.

Il tirocinio che avrei voluto

Un’altra difficoltà riguardava il tirocinio.

Quando mi sono iscritta, quello che abbiamo svolto consisteva in seminari tenuti dai professori. Alla fine dovevamo preparare una sorta di tesina per ottenere i crediti previsti.

Un’esperienza esterna era possibile se riuscivi a trovare autonomamente un ente. Ma, per come l’ho vissuta io, mancavano indicazioni e un accompagnamento che aiutassero a costruire quella possibilità.

Mi sembrava tutto lasciato molto all’iniziativa personale.

Per me era difficile accettare che un percorso come il nostro potesse concludersi senza una vera possibilità di andare sul campo. Avrei voluto un’esperienza pratica, non soltanto altre lezioni.

I seminari potevano avere un valore, ma non erano la stessa cosa di entrare in un contesto esterno e confrontarsi con quello che avevamo studiato.

Che cosa chiedo a un esame

Penso che ogni materia debba essere proporzionata al percorso che si frequenta.

Se non conosco una materia centrale del mio corso e non supero l’esame, lo posso comprendere. È giusto che ci siano delle richieste e che la preparazione venga verificata.

Capisco anche l’importanza delle discipline che completano il percorso. Non penso che debbano essere eliminate o affrontate superficialmente.

Quello che mi ha fatto discutere è il livello di dettaglio richiesto in alcuni casi, come se fossimo studenti di un altro corso, centrato proprio su quella materia.

A volte avevo la sensazione che ogni parola dovesse essere detta in un modo preciso, che conoscere i concetti non bastasse se non riuscivi a riprodurre esattamente la formulazione richiesta.

Per me dovrebbe esserci un atteggiamento più comprensivo. Non significa far passare l’esame per forza. Significa tenere conto del percorso che lo studente sta seguendo e non fare della rigidità l’unico modo di valutare.

L’ansia e il giudizio

Una cosa che avrei voluto vivere diversamente è il rapporto con gli esami.

Per me ogni prova poteva diventare un soffocamento. Anche quando conoscevo i concetti, la troppa ansia poteva impedirmi di parlare come avrei voluto.

Sentivo il giudizio dei professori, ma anche quello dei colleghi seduti dietro di me. Questo timore rendeva tutto più pesante.

Mi è capitato di prendermela per un voto basso. Un diciotto o un venti potevano diventare qualcosa su cui continuare a pensare, invece di essere semplicemente il risultato di una prova.

Oggi guardo anche il voto finale in modo diverso. So che non sarà quello che forse avrei immaginato all’inizio, ma non voglio più attribuirgli la stessa importanza.

Per quello che desidero fare, non penso che il numero con cui concluderò possa raccontare tutto il percorso o tutto quello che sono.

Il tempo trascorso e quello che ho imparato

La condizione di fuori corso non l’ho vissuta bene. Voglio dirlo con onestà.

Penso a quanto tempo è passato e alle possibilità che avrei potuto esplorare prima. Mi capita di immaginare che, con un percorso più breve, oggi avrei già proseguito gli studi o sarei in una situazione diversa.

Questo rammarico c’è. Non voglio trasformare tutto in un’esperienza positiva soltanto perché adesso sono vicina alla conclusione.

Allo stesso tempo, sono contenta di non aver lasciato. Di questo mi sento fiera: ho continuato a considerare importante arrivare alla fine.

Durante questi anni ho anche acquisito autonomia. Ho imparato cosa significa gestire le proprie risorse, arrivare a fine mese, decidere quando spendere di più e quando spendere di meno.

Ho imparato a occuparmi delle tasse universitarie, dell’affitto, delle bollette. Sono responsabilità che non è semplice tenere insieme, ma che impari a gestire.

Non so dire che tutto dovesse necessariamente andare così. Posso però riconoscere che, insieme alle difficoltà, queste esperienze mi hanno fatta crescere.

Le persone che mi hanno spronata

Nella fase conclusiva del percorso, il sostegno di una persona vicina è stato molto importante.

Ho visto in lei una forza di volontà che mi ha colpita. Aveva portato avanti gli studi anche dopo essere diventata madre e aveva continuato a costruire il proprio percorso.

Mi spronava a concludere, a non rimandare ancora. Io trovavo sempre un motivo per spostare più avanti quello che dovevo fare.

A un certo punto ho cominciato a prendere sul serio quelle parole. Mi sono detta che dovevo mettere un punto, che non potevo continuare a lasciare la conclusione sempre davanti a me.

Questo incoraggiamento ha contato anche quando ho iniziato a lavorare alla tesi.

Ho trovato una docente disponibile. Durante il nostro incontro mi ha detto che aveva pensato a me: il titolo era stato depositato da tempo e il lavoro era ancora da completare.

Sentire quella disponibilità e avere qualcuno che mi aiutava a non rimandare mi ha dato una carica diversa.

Se fosse dipeso soltanto da me, avrei scelto una seduta di laurea più avanti. La persona che mi sosteneva, invece, continuava a dirmi di cogliere la prima possibilità utile.

Non era soltanto un invito a fare in fretta. Per me è stato uno sprono concreto a portare finalmente a termine quello che avevo iniziato.

Concludere e guardare oltre

Quando penso alla laurea, immagino prima di tutto di festeggiare. Lo dico anche scherzando: dopo tutto questo percorso, vorrei lasciarmi andare un po’.

Penso che mi sentirò con una carica in più. In parte la sto già sentendo mentre preparo la tesi.

La conclusione non mi fa escludere l’idea di continuare a studiare. Se decidessi di intraprendere un altro percorso, lo farei, anche se non so se sceglierei lo stesso ateneo.

Vorrei qualcosa di più specifico, che mi aiutasse a capire meglio quali possibilità costruire per il futuro.

Quando guardo alcune opportunità, ho la sensazione che la laurea da sola non basti a rendere chiara una direzione. Per questo penso a un approfondimento, a un master o a una magistrale.

Non ho ancora deciso.

Mi interessa la possibilità di dare un aiuto concreto alle persone. Se continuerò, vorrei mantenere una coerenza con quello che ho studiato, approfondendo questa strada invece di ricominciare da un percorso completamente diverso.

Per me non conta soltanto quanti esami potrebbero essere riconosciuti in un altro corso. Conta il senso della scelta e la continuità con ciò che desidero fare.

L’università che mi è mancata

Guardando le esperienze delle mie coinquiline, vecchie e nuove, mi sono resa conto che una parte della vita universitaria mi è mancata.

Loro raccontavano un’università fatta anche di incontri, di tempo condiviso, di pomeriggi trascorsi negli spazi dell’ateneo. Io non l’ho vissuta nello stesso modo.

Anche una cosa semplice come andare alla mensa universitaria non faceva parte della mia quotidianità. Ci sono stata una volta, quando ero nell’altra sede per consegnare dei documenti.

Per il resto, andavamo a lezione e poi uscivamo in un piccolo spiazzale. E dopo? Ce ne andavamo.

Mi sono mancati gli spazi in cui fermarsi, incontrarsi e continuare la giornata. Per me una parte dell’università vera e propria si è persa lì.

Non era soltanto il corso di studi. Era tutto quello che avrebbe potuto esserci intorno.

Quello che auguro a chi comincia

Sono contenta che le nuove matricole possano frequentare una sede più integrata nel contesto dell’ateneo.

Penso che una persona che si iscrive all’università e paga debba essere sostenuta nell’insieme della sua esperienza: avere una biblioteca, una mensa, una segreteria accessibile e gli altri servizi di cui può avere bisogno.

Non dovrebbe sentirsi separata da tutto il resto.

A chi comincia auguro anche di vivere l’università con più leggerezza di quanto abbia fatto io. Non intendo prendere lo studio poco sul serio, ma riuscire ad affrontarlo con maggiore serenità.

Auguro di non lasciare che ogni esame diventi un soffocamento, di non concentrare tutto sui voti o sulla paura del giudizio.

È quello che io avrei voluto riuscire a fare di più.


Nota del ricercatore

La testimonianza restituisce una scelta universitaria inizialmente condizionata dall’offerta disponibile, ma successivamente sostenuta dall’interesse per i contenuti e dall’incontro con docenti capaci di coinvolgere la partecipante. Il racconto non contrappone quindi una formazione priva di valore a un’esperienza positiva: mantiene insieme l’apprezzamento per gli insegnamenti e le criticità percepite nell’organizzazione.

Un nucleo centrale riguarda l’appartenenza. Le aule piccole favoriscono familiarità e confronto, ma questa vicinanza non compensa la separazione dagli altri spazi dell’ateneo. Mensa, biblioteca, segreteria e luoghi di permanenza non compaiono come semplici servizi accessori: nel racconto contribuiscono alla possibilità di vivere l’università oltre il tempo della lezione. Anche la richiesta di un tirocinio sul campo esprime il desiderio di una formazione accompagnata e collegata a esperienze concrete.

Sul piano della valutazione, la partecipante distingue la legittimità della verifica dalla rigidità che percepisce in alcune richieste. L’ansia e il timore del giudizio sono descritti come elementi che possono rendere difficile esprimere ciò che si conosce. Questi passaggi restituiscono il suo vissuto e non consentono di attribuire intenzioni alle figure coinvolte o di formulare giudizi sulle singole strutture.

Il significato del tempo trascorso rimane ambivalente. Il rammarico per la durata del percorso convive con l’orgoglio di non aver abbandonato e con il riconoscimento dell’autonomia acquisita. La crescita personale non cancella il peso del ritardo e non viene assunta come prova di una maggiore formazione rispetto a chi conclude nei tempi. Il sostegno di una persona significativa e la disponibilità della docente accompagnano infine la fase conclusiva, mostrando come il raggiungimento del traguardo si costruisca anche attraverso relazioni di fiducia.


Testimonianza rielaborata in prima persona da un’intervista. Sono stati omessi o generalizzati i riferimenti al lavoro, al corso specifico e i dettagli identificativi, secondo le scelte editoriali concordate. Sono esclusi i contenuti per i quali la partecipante ha chiesto di non procedere alla divulgazione. Sono state eliminate le ripetizioni e le interruzioni estranee al racconto. Il testo non è una trascrizione letterale integrale; la nota del ricercatore è distinta dalla voce della partecipante.

[ PROTOCOLLO ETNOGRAFICO // RECORDING_NOTE ]

Racconto rielaborato da un'intervista. I dettagli identificativi sono stati omessi.

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