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Il percorso dietro la ricerca

Diario

Unariflessionepersonalesulpercorsodacuiènatalaricerca«Iltemposospeso»:lamiaesperienzadistudentefuoricorso,l’ascoltodellealtrevocieciòchequell’incontromihapermessodicomprendere.

Una rilettura personale del percorso, non un diario quotidiano. Il testo mette in dialogo la mia esperienza con le interviste e le riflessioni della tesi.

Andrea Mazzitelli
Prima di tutto

L’inizio

Questa ricerca è nata da una domanda che riguardava anche me. Non partivo da un problema astratto, da un numero o da una statistica: partivo dalla mia vita. Mi chiedevo perché alcuni studenti impiegano più tempo del previsto per laurearsi, perché rallentano, si fermano, cambiano strada, arrivano a pensare di mollare. E soprattutto mi chiedevo cosa significa viverci dentro: con la famiglia, con gli amici, con i propri colleghi, con l’idea che si ha di sé.

Ero convinto, fin dall’inizio, che il fuori corso non si spiegasse soltanto con il poco impegno o la disorganizzazione. Troppo semplice. Ma per affrontare davvero questa domanda, dovevo andare ad ascoltare le storie degli altri. Così è partito tutto.

Da dove vengo

La mia storia

La mia formazione è iniziata al Liceo delle Scienze Umane. Il primo anno di università è stato a Ingegneria Biomedica: una scelta che si è rivelata troppo lontana da quello che mi interessava davvero e che ho poi lasciato. Dopo è arrivata Sociologia, una strada più coerente con il percorso che avevo alle spalle. Il pendolarismo all’interno della regione, ogni giorno. Nessun lavoro continuativo durante l’anno accademico, ma lo sport e i lavori estivi sì. In famiglia lo studio è sempre stato importante, con la libertà di scegliere il percorso da seguire.

E poi il fuori corso. All’inizio vivevo malissimo questa condizione: la sensazione costante di essere in ritardo, l’ansia di non essere abbastanza bravo, la paura di non ricordare tutto. Con il tempo la lettura è cambiata. Essere fuori corso mi ha fatto crescere, maturare, diventare la persona che sono oggi. Non sarei questa persona senza il percorso che ho fatto. È anche da qui che nasce questa tesi: quando ho cominciato a riconoscere nel mio ritardo, inizialmente vissuto come una colpa, anche un’esperienza di formazione.

Come ho trovato le persone

La ricerca delle voci

Per raccontare il fuori corso avevo bisogno di voci vere, non soltanto di numeri. Ho contattato studenti e studentesse tramite i gruppi social dell’Università Magna Græcia e il passaparola, spiegando il progetto e chiedendo disponibilità. Alla fine, quattro persone hanno accettato di raccontarsi.

Quattro ragazzi e ragazze tra i 27 e i 31 anni, con percorsi diversi: corsi di laurea differenti, condizioni abitative diverse, chi lavora, chi fa il pendolare. L’unico criterio comune di selezione era essere fuori corso presso lo stesso ateneo. Non avevo stabilito vincoli sull’età, sugli anni di ritardo o sul tipo di corso. Volevo osservare il rapporto con il tempo universitario attraverso esperienze differenti.

Per tutelarli, nel testo della ricerca ho usato codici di riferimento: Int_1, Int_2, Int_3, Int_4. I nomi e i dettagli potenzialmente identificativi sono stati omessi o modificati quando necessario. Le loro storie, però, sono vere.

Conversazioni, non interrogatori

Le interviste

Le interviste sono durate dai 30 ai 40 minuti, in presenza e online, nell’arco di un mese. Prima di ogni incontro ho spiegato lo scopo della ricerca e chiesto il consenso alla registrazione e all’utilizzo anonimo delle testimonianze nella tesi. Ma una scelta importante è stata anche un’altra: non fare un’intervista rigida.

Avevo una traccia, certo — costruita per accompagnare un racconto progressivo, dalle origini familiari al percorso scolastico, fino all’esperienza universitaria — ma l’ho usata come una mappa, non come un copione. Dopo le prime domande, lasciavo che fosse il racconto dell’altra persona a guidare la conversazione. Ne è nato un dialogo amichevole, non un interrogatorio. Ed è proprio da quella libertà che sono emersi temi importanti, anche quelli che non avevo previsto.

Nota metodologica

Il consenso all’uso nella tesi non equivale, da solo, a un’autorizzazione alla diffusione online delle registrazioni o delle trascrizioni integrali. Le Storie del portfolio sono restituzioni narrative; le trascrizioni integrali restano riservate.

Quando la vita non segue gli appelli

La distanza tra i tempi

La prima cosa che emerge da questi racconti è che nessun percorso è una linea retta. Il tempo dello studio viene continuamente negoziato con gli altri tempi della vita: il lavoro, le responsabilità di casa, i trasferimenti, i cambiamenti biografici.

In due casi su quattro, il lavoro accompagna gli studi in modo continuativo. E non è solo una questione di soldi. Mi ha colpito la riflessione di Int_1:

“Ho acquisito un’autonomia, ho acquisito cosa significa arrivare a fine mese con i tuoi soldi, pagare le tasse universitarie, l’affitto, le bollette. È stata comunque una situazione che mi ha fatto crescere”
— Int_1 — estratto riportato nella tesi, §3.5

La storia di Int_4 mi ha fatto capire un’altra cosa: nel suo racconto, la dilatazione del tempo non dipendeva da un singolo evento. Era un intreccio — la struttura del corso, esami andati male, il tirocinio a tempo pieno, il matrimonio, la ristrutturazione di casa, il trasferimento. Non una causa. Una combinazione.

La parte emotiva

L’esame come prova su di sé

In tutte le interviste, l’appello d’esame emerge come un momento di forte tensione. C’è l’ansia da prestazione, la paura di fallire, ci sono i vuoti di memoria. Int_2 descrive il blocco e, insieme, il ruolo delle interazioni rassicuranti:

“si amplificava la parte negativa e mi bloccavo”
“molti professori l’avevano capito, mi hanno rassicurato, e da lì pian piano mi sono sciolto”
— Int_2 — estratti riportati nella tesi, §3.5

L’episodio che mi ha colpito di più è quello di Int_1. Dopo una bocciatura vissuta in modo contraddittorio e doloroso, ha sospeso gli appelli. Ma non aveva smesso di studiare:

“Da lì in poi io per due anni non mi sono più presentata all’università per gli appelli. Ma tutti i giorni aprivo il libro. Non c’è stato un giorno che non mi mettevo un libro davanti”
— Int_1 — estratto riportato nella tesi, §3.5

Questa frase per me è il cuore di tutto. Nel suo racconto ho riconosciuto non una rinuncia allo studio, ma una difficoltà a esporsi di nuovo alla valutazione. Studiava ogni giorno. Ciò che restava sospeso era tornare agli appelli: il blocco riguardava la relazione con l’università, non l’assenza di studio.

Gli spazi e le istituzioni

Il luogo che ti fa sentire studente

Un altro tema riguarda le condizioni in cui l’università si vive. Alcuni racconti della precedente sede di Sociologia restituiscono un senso di marginalità: la distanza dai servizi, l’assenza di spazi per stare insieme, la sensazione di non appartenere pienamente alla vita universitaria.

Questo punto mi ha colpito personalmente, e qui ho incontrato una differenza importante: mentre alcuni partecipanti descrivevano la sede come un luogo marginale e privo di servizi, io la ricordavo come un punto ben collocato nel centro della città. Stessa sede, esperienze diverse. Ed è stato utile anche questo: mi ha ricordato che la mia prospettiva non è quella degli altri, e che proprio dentro queste differenze nasce il confronto.

Questi racconti mi hanno mostrato come anche il senso di appartenenza, i servizi e la qualità delle relazioni istituzionali possano incidere sul percorso. Non si tratta di formulare un giudizio sulle singole persone, ma di ascoltare come determinate condizioni vengono vissute.

Da colpa a formazione

Rileggere il ritardo

Nei racconti, al rammarico per essere andati fuori tempo si affianca anche il riconoscimento di ciò che quel tempo ha permesso di costruire, con significati diversi per ciascuno. Int_3 ci ha visto il valore delle attività svolte in parallelo. Int_1 ci ha visto la conquista dell’autonomia. Int_4 ha espresso una rilettura particolarmente esplicita:

Questo per me è un passaggio che dà senso alla ricerca. Il fuori corso non è un marchio e non è una misura del valore di una persona. È una fase della vita in cui si può soffrire, ma in cui si può costruire anche qualcosa: maturità, autonomia, consapevolezza. Riconoscerlo non cancella le difficoltà.

“Il fatto che io abbia ritardato, in realtà ora lo leggo come un aiuto. Perché innanzitutto comprendi le cose con un’altra maturità. Decidi tu di rimetterti in carreggiata dopo un periodo di fermo, nel momento in cui decidi tu. […] Questo tempo, per altri è un fallimento, per me non lo è”
— Int_4 — estratto riportato nella tesi, §3.5; omissione indicata con […]
Le relazioni

Chi ti tiene in piedi

L’ultimo tema sono le persone che ti sostengono. In nessuna delle quattro storie il percorso universitario è stato una questione soltanto individuale. Le relazioni compaiono come una parte importante del modo in cui si affrontano le difficoltà.

La famiglia è presente in tutti i racconti, a volte come sostegno, a volte con dinamiche più difficili. Int_2 ricorda:

“mi hanno detto di stare tranquillo, che ognuno ha il suo tempo”
— Int_2 — estratto riportato nella tesi, §3.5

Mi ha colpito anche la fiducia ricevuta da Int_1 da una collega e da un docente, che l’hanno incoraggiata a proseguire verso la conclusione. Nel suo racconto, quel sostegno ha contribuito a rimettere in movimento il percorso. A volte una persona che crede in te può fare una differenza importante.

Quello che ho capito

La conclusione

Le quattro storie sono molto diverse tra loro, ma mi hanno aiutato a vedere un punto comune: il fuori corso non può essere ridotto a un fallimento o a una responsabilità puramente personale. È l’incontro tra un tempo istituzionale fatto di crediti, appelli e scadenze e un tempo di vita fatto di lavoro, stanchezza, spostamenti, responsabilità, paure e relazioni. Non tutti possono stare allo stesso ritmo, e il rallentamento non significa necessariamente mancanza d’impegno.

Il tempo sospeso non è necessariamente tempo vuoto. Può contenere fatica, vergogna, paura, ma anche la possibilità di riconsiderare le scelte, cambiare direzione e maturare. Questo non significa idealizzare il fuori corso o negarne le difficoltà. Significa rifiutare l’idea che una persona si possa definire dal numero di anni che ha impiegato per laurearsi.

Questa ricerca ha avuto i suoi limiti: quattro storie, un solo contesto e la mia vicinanza personale al tema, che da un lato mi ha aiutato a comprendere dall’interno e dall’altro mi ha richiesto attenzione a non sovrapporre la mia esperienza a quella degli altri. Quello che ho ascoltato non permette di descrivere tutti gli studenti fuori corso.

Il fuori corso non è un’identità definitiva. Non dice chi sei, quanto vali o quale sarà il tuo futuro. È una parte di una storia più grande, fatta di risorse, ostacoli, fragilità e tentativi di costruire il proprio percorso di vita.

Dare spazio a queste storie, per me, significa restituire valore a una condizione che spesso viene ridotta a un numero. Nessuno di noi è soltanto un numero di matricola, un conteggio di crediti o un anno di ritardo.

“Ilfuoricorsonondefinisceunapersonanénedeterminainanticipoilsuofuturo.Puòessereunafaseincuiemergonodifficoltà,cambididirezioneeunamaggioreconsapevolezzadisé.”
— Andrea Mazzitelli — Il tempo sospeso, Conclusioni, p. 42
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